Così inizia la storia di mia madre Lidija Krupljan. All'epoca era una bambina con le trecce lunghe, seduta su uno sgabello di legno davanti alla tastiera di un pianoforte bianco e nero. Era la prima volta che sentiva il suono scorrere dalle dita al cuore. E anche se aveva solo cinque anni, in quel momento lo capì: Non è solo uno strumento, è un linguaggio. È un modo. Una missione.
La sua insegnante le ha dato una mano, non solo dal punto di vista tecnico, ma anche umano. Riconobbe in lei la dolce testardaggine, la perseveranza e la curiosità che solo i bambini pronti a costruire i propri sogni possiedono. Ed è grazie a questa esperienza, grazie a un'insegnante di cui si fidava e che rispettava, che mia madre è poi diventata lei stessa insegnante di pianoforte.
Oggi, più di sessant'anni dopo, il pianoforte è ancora al centro del suo mondo. Non come mobile, ma come compagno di vita. Tante generazioni si sono sedute accanto ad esso, tanti bambini hanno aperto il loro mondo attraverso le note. Alcuni sono diventati musicisti professionisti, altri hanno lasciato il pianoforte, ma non hanno mai dimenticato l'insegnante che ha dato loro più di una semplice conoscenza.
Lidija insegnava con sentimento. Ogni prova, ogni esibizione, ogni prima nota emessa dalle dita di un nuovo studente era per lei un momento (p)personale. Ha sempre visto il bambino prima di tutto come una persona. Non ha mai forzato, non ha mai educato con severità, ma con fiducia. Sapeva che i più grandi successi non vengono dalla pressione, ma da un senso di sicurezza. E sapeva come trasmettere questa sensazione. Era ferma come un battito e morbida come una falena.
La sua classe nella scuola di musica di Slovenske Konjice era più di un semplice spazio: era un rifugio, un laboratorio di sogni, un luogo in cui i bambini di famiglie diverse diventavano più sicuri delle loro storie e dei loro dubbi. Tutto si basava sul rispetto: per la musica, per lo sforzo e per il viaggio, che non è sempre facile, ma ne vale la pena.
Ma mia madre non era presente solo a scuola. Le sue note si estendevano anche alla comunità più ampia. A vent'anni, nel 1981, quando ero ancora vivo, partecipò per la prima volta a un festival corale. Si trattava della rivista comunale di Ptuj. A quel tempo, sedeva sul palco in silenzio, raccolta, ma con quella forza interiore che solo un cuore sincero può dare. La sua collaborazione con la direttrice del coro Milena Korošec ha segnato molti eventi corali, in cui il pianoforte non era solo un accompagnamento, ma un filo vivo tra i cantanti e il pubblico.
Quando penso a lei oggi, vedo qualcosa di più di una semplice madre. Vedo un'insegnante che ha preso il suo ruolo per davvero, non come un lavoro, ma come una vocazione. La musica l'ha accompagnata per tutta la vita e l'ha usata per mettere in contatto le persone. Quando il suono del pianoforte si sentiva nella stanza, non si trattava solo di esercitarsi con scale o canzoni, ma di un contatto. Era un'esperienza condivisa. Si trattava del coraggio che un bambino prova quando qualcuno gli dice: "Puoi farcela. Mi fido di te".
E quando oggi mi guardo indietro, so che Il suo viaggio è la prova del profondo impatto di un insegnante che crede veramente in ciò che fa. Un'insegnante che ama la sua professione. Una madre che sa che non è importante la perfezione dell'esecuzione, ma piuttosto il valore di una relazione autentica. Nel rispetto sincero, nella pazienza e nel piccolo miracolo di ogni giorno, quando un bambino suona un brano musicale per la prima volta da solo.
Il potere della musica ci unisce. Questa frase non è solo un bel modo di dire, è la vita di mia madre. Attraverso ogni nota, ogni allievo, ogni sorriso e il sostegno silenzioso che ha dato da dietro il pianoforte. E un giorno, quando questa storia passerà - forse alla quarta generazione - conterrà ancora quelle prime note, suonate (per la prima volta) da una bambina di nome Lidija quando aveva cinque anni.
Zala Krupljan, 10. 6. 2025